Hannibal: la bellezza che non dovremmo vedere

Attenzione: questa recensione parla apertamente del finale della serie.

Hannibal di Bryan Fuller (2013-2015, tre stagioni) viene spesso descritta con aggettivi d’atmosfera: onirica, barocca, disturbante. Sono aggettivi corretti, ma rischiano di nascondere quanto la serie sia costruita con rigore magistrale. La tesi di questa analisi è che Hannibal sia un dispositivo progettato per produrre nello spettatore lo stesso processo psicologico che racconta nel protagonista: una seduzione graduale che termina con l’ammissione che l’orrore è bello. Per dimostrarlo conviene procedere in tre passaggi: il punto di vista, il sistema simbolico e i meccanismi psicologici.

1. Il punto di vista: una realtà focalizzata

La serie non è narrata in modo oggettivo. Quasi tutto è focalizzato su Will Graham, e la messa in scena lo dichiara fin dal primo episodio attraverso il pendolo. Quando Will ricostruisce un delitto, l’immagine si riavvolge e lui compie l’omicidio in prima persona, chiudendo con la formula del “suo disegno”. L’effetto è preciso: dal primo episodio vediamo il protagonista uccidere, e ci abituiamo a occupare la posizione dell’assassino come se fosse un normale strumento d’indagine.

Ne discende una regola di lettura: allucinazioni, distorsioni temporali e immagini ricorrenti non sono ornamento, ma dati sullo stato mentale di Will. Il sonoro dissonante e percussivo di Brian Reitzell lavora nella stessa direzione e toglie allo spettatore un terreno percettivo stabile.

2. Il sistema simbolico

I simboli principali sono pochi, ricorrenti e coerenti. Ciascuno ha una funzione narrativa riconoscibile.

Il cervo piumato. Compare dopo il caso Hobbs, prima che Will sospetti di Hannibal. Rappresenta una conoscenza inconscia: Will ha percepito il legame prima di poterlo pensare. Muore alla fine della seconda stagione, nel momento in cui quel legame viene tradito da entrambe le parti.

Il Wendigo. È l’evoluzione del cervo: la figura umana con le corna, tratta dal folklore algonchino sullo spirito cannibale. Segna il passaggio dall’intuizione al riconoscimento. Quando Will vede il Wendigo, vede Hannibal senza maschera.

L’abito di persona. Bedelia descrive Hannibal come qualcuno che indossa un vestito umano ben tagliato. Completi, cucina, musica e buone maniere non sono il carattere del personaggio ma la sua superficie, ed è la superficie ciò che seduce.

Il cibo. Ha tre funzioni distinte: giudizio (Hannibal mangia chi considera volgare, maleducato, rozzo, riducendolo a materia), dominio (gli ospiti consumano ignari ciò che lui ha deciso) e intimità & assimilazione (incorporare l’altro come forma estrema di unione, con evidenti echi eucaristici).

La tazzina. Ripresa dai romanzi di Harris, è il simbolo dell’irreversibilità. Hannibal la lascia cadere sperando che si ricomponga, cioè che il tempo torni indietro e gli restituisca la sorella Mischa. Abigail è il tentativo di ricomporla per Will, e la sua sorte conferma che il tempo non torna indietro.

L’acqua e il palazzo della memoria. Il torrente è il rifugio mentale di Will, il palazzo quello di Hannibal. Nella terza stagione i due spazi diventano comunicanti: è la rappresentazione visiva di due menti che hanno smesso di avere confini distinti.

Il Drago Rosso. Dolarhyde e il suo “divenire” funzionano da specchio deformante di Will. Entrambi vengono trasformati da Hannibal, e la differenza è che Will ne è consapevole.

3. I meccanismi psicologici

Su Will

Il percorso di Will segue fasi riconoscibili. Nella prima stagione avviene la destabilizzazione: Hannibal nasconde l’encefalite di Will, ne sfrutta i vuoti di memoria e lo porta a dubitare della propria percezione, fino a farlo incriminare. È una manipolazione esercitata dentro il rapporto terapeutico, cioè nel luogo che dovrebbe rafforzare l’io e che qui lo dissolve.

Segue il rispecchiamento. Will possiede un’empatia senza filtri, quindi un’identità instabile. Hannibal gli offre ciò che nessun altro gli offre: essere visto per intero e accettato, comprese le pulsioni violente. Nella seconda stagione Will finge di cedere per incastrarlo, ma la finzione diventa indistinguibile dalla realtà, e né lui né noi sappiamo più quanto stia recitando. La terza stagione porta a compimento una vera follia a due, in cui identità e responsabilità si confondono.

Sullo spettatore

La serie ottiene l’adesione del pubblico a Hannibal con quattro tecniche.

  1. Allineamento. La teoria del cinema distingue tra l’essere allineati a un personaggio (condividerne il punto di vista) e l’approvarlo moralmente. Hannibal usa il primo per ottenere la seconda: vedendo attraverso Will, ereditiamo la sua fascinazione.
  2. Anestesia estetica. I delitti sono presentati come composizioni pittoriche. La bellezza formale sospende la reazione morale e la sostituisce con l’ammirazione.
  3. Relativizzazione. Le figure dell’ordine sono compromesse. Jack Crawford usa Will fino a spezzarlo, Chilton è vanitoso e opportunista, Mason Verger è sadico senza stile. Per contrasto Hannibal appare coerente, leale a modo suo, perfino onesto.
  4. Gradualità. Ogni passo è di poco più estremo del precedente. Non c’è un punto in cui lo spettatore possa dire di aver deciso di stare con Hannibal: se ne accorge a cose fatte (con orrore?).

Bedelia Du Maurier è il nostro doppio dentro la storia. Sostiene di limitarsi a osservare, e la serie le chiede, e ci chiede, se osservare con tale piacere non sia già partecipare.

4. Il finale come verifica

Sulla scogliera i due percorsi coincidono. Will e Hannibal uccidono insieme Dolarhyde, e Will riconosce che è bellissimo. La battuta chiude il suo arco, perché accetta la parte di sé che ha combattuto per tre stagioni, ma funziona anche come verifica sullo spettatore: chi la trova giusta e commovente ha completato lo stesso percorso. La caduta è la risposta morale di Will a quella ammissione: accetta ciò che è, e proprio per questo sceglie di fermarsi e di fermare Hannibal.

Qualche osservazione che mi è rimasta da fare…

La serie ha difetti evidenti. Il ritmo è lento, in alcuni momenti “troppo lento”, la terza stagione rasenta l’ermetismo, e il compiacimento formale a tratti gira a vuoto. Ma il suo risultato è raro: non descrive la seduzione del male, la esegue. Lo spavento che lascia non viene dalle immagini, ma dalla scoperta che empatia e complicità sono separate da un confine più sottile di quanto credessimo. È in questo senso che Hannibal spaventa e, paradossalmente, illumina.