Un ragazzo del 2001 sale da Roma a Milano per inseguire la musica. E in dodici minuti di intervista ci racconta, senza volerlo, come stiamo messi tutti quanti.

Ci sono interviste che parlano di un disco. E ci sono interviste che, senza dichiararlo apertamente, parlano di noi.

Quella che Marzia ha condotto dalla sede di Milano per StoryTime, la rubrica di Radio Canale Italia, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. L’ospite si chiama Il Dogma, ha ventiquattro anni, è romano di nascita e milanese per scelta. Sulla carta: un giovane cantautore che presenta due brani. Nella sostanza: un ragionamento sull’autenticità che molti “adulti navigati” farebbero bene ad ascoltare.

Andiamo con ordine, però. Passo dopo passo.

Chi è Il Dogma?

Classe 2001, romano, salito a Milano per seguire la musica. Fin qui la scheda anagrafica, che come tutte le schede anagrafiche non dice quasi nulla.

Il punto vero arriva nel fuorionda — quella parte che gli ascoltatori non hanno sentito e che la conduttrice, con onestà, racconta lo stesso. Viviamo in una società che ci impone di andare veloci, di produrre, di correre. E in tutta questa corsa, quasi mai facciamo le cose che amiamo davvero.

Lui ha deciso di ascoltarsi. Ha preso e si è spostato di seicento chilometri.

Ecco, io su questa cosa vorrei che ci fermassimo un attimo, perché è più rara di quanto sembri. Un gran numero di persone, e ne conosco parecchie, coltiva un desiderio per vent’anni senza fare mai il primo passo. Poi arriva un ragazzo del 2001, mette due valigie in macchina e lo fa. Chiamatela incoscienza, se volete. Io la chiamo metodo.

Perché un “cane da tartufo”?

Il primo brano di cui si parla si intitola “Cane da tartufo”, e a chi non conosce l’autore il titolo può suonare come una battuta. Non lo è affatto.

Il tartufo, lo sappiamo tutti, non sta in vetrina. Sta sotto. Sepolto, invisibile, protetto da uno strato di terra che va rimosso con pazienza. Il cane non lo vede: lo sente. E poi scava.

Ebbene, la metafora è esattamente questa: sotto la superficie c’è quello che conta, e per arrivarci bisogna sporcarsi le mani.

L’autore lo dice con parole sue: nasce dal mostrarsi per quello che si è. Ma — attenzione — non è un discorso privato, non è il capriccio del singolo. Lui vuole che diventi un fatto collettivo, dentro e fuori dalla musica. Sul suo stesso ambiente è netto, pur pesando le parole: non vuole dire “finto”, dice, però moltissimi stanno recitando un personaggio che non gli appartiene. E questa cosa a lui non è mai andata a genio.

Ventiquattro anni. E l’ha già capito.

“Pezzi di vetro”, la canzone che oggi non si fa

Il secondo brano si intitola “Pezzi di vetro”, e qui succede la cosa più interessante di tutta l’intervista.

La conduttrice imposta la domanda in un certo modo: un titolo che evoca la fragilità, ma poi in fondo non è così. E lui la corregge, con gentilezza ma la corregge. Non è un titolo che allude alla fragilità: è un pezzo fragile per davvero. Mette a nudo le paure, i pensieri, le crepe che ognuno di noi si porta dietro e che sui social — soprattutto sui social — vengono nascoste con la massima cura.

Perché la facciata è sempre la migliore, no? La parte più bella, la vita che va a gonfie vele, tutto bellissimo.

Non è così. Non lo è mai stato.

E qui arriva il dettaglio tecnico che vale l’intera intervista. “Pezzi di vetro” dura poco più di 3 minuti. Una durata normalissima fino a ieri l’altro, oggi quasi un’eresia: nel mercato attuale la partita si gioca nei primi 15 o 30 secondi, e moltissimi ascoltatori non arrivano nemmeno al ritornello. Lo ricorda la conduttrice, lui conferma. È una cosa tristissima, se ci pensiamo bene.

Lui l’ha fatta lo stesso. Ridendo, dice che è “una roba che non si fa”… e aveva semplicemente bisogno di farla bene.

Sapete cosa significa questo? Significa conoscere le regole del gioco e decidere consapevolmente di violarne una. Che è cosa ben diversa dall’ignorarle. Prova ne sia che in “Cane da tartufo” l’inizio è stato ragionato apposta: un “hook” (cioè un gancio, un aggancio iniziale) costruito per trattenere l’attenzione di chi ascolta.

Regole conosciute, applicate dove servono, tradite dove serve. In definitiva: mestiere.

L’obiezione: “ma dai, è solo una foto al mare”

A questo punto so bene a cosa state pensando: “…ma insomma, è solo una fotografia in spiaggia… che sarà mai… tutti pubblichiamo le vacanze… non è mica un dramma sociale!”

Non è così.

Nell’intervista la conduttrice cita un articolo letto pochi giorni prima, a proposito di Ferragosto: pare che a Ferragosto si debba dimostrare di aver fatto qualcosa, perché restare a casa non è considerato plausibile. Non lo trovate un dettaglio enorme? Un giorno qualsiasi dell’anno che diventa un esame di ammissione alla normalità.

Il fatto è che la cosiddetta “vetrina” — sui social, sul lavoro, nei rapporti — costa fatica. Costa manutenzione. E soprattutto costa verità, perché ogni ora spesa a lucidare l’esposizione è un’ora sottratta a coltivare quello che c’è dentro il negozio.

Un sito senza manutenzione è come un orto incolto, lo ripeto da anni ai miei clienti. Ma un orto tutto facciata, con la staccionata dipinta di fresco e niente piantato dietro, è molto peggio: è un inganno che costa pure la vernice.

Il metodo: la musica come autoanalisi

Come nasce un pezzo, allora? Si parte da quello che vuole il pubblico in quei famosi 30 secondi?

No. E la risposta è netta.

Il Dogma dichiara di non pianificare mai. Non gli capita di sedersi e decidere l’argomento a tavolino: parte da una sensazione, si lascia influenzare dal suono, e poi cerca le parole migliori per dirla. Il criterio non è cosa vogliono sentire gli altri, ma cosa ha bisogno di dire lui. La musica, ripete più volte, gli serve per autoanalizzarsi: per capire quello che vive e quello che ha vissuto.

Attenzione però, perché qui molti si fermerebbero all’ombelico. Lui no. Il passo successivo è dichiarato: rendere quel concetto il più ampio possibile e — parola sua, e la precisazione è preziosa — non “condivisibile”, ma capibile. Perché siamo tutti unici, certamente, ma ci sono emozioni ed esperienze che arrivano praticamente a chiunque.

Trovare quel punto in comune, dice, è la parte più difficile e insieme la più bella.

Ecco, mettetela pure in cornice, questa. Vale per una canzone. Vale per un articolo. Vale per qualunque cosa vogliate comunicare a un altro essere umano.

E che funzioni glielo hanno già detto in faccia: ai contest, dopo le esibizioni, qualcuno si avvicina per dirgli “l’ho provato anch’io”. Non esistono metriche migliori di questa. Nessuna, ve lo garantisco.

Un percorso, non due canzoni

Perché sia chiaro: i due brani non sono due singoli isolati. Sono l’inizio di un percorso narrativo, e diversi pezzi risultano già in lavorazione.

Il filo conduttore è dichiarato: la scoperta interiore, il cercare la propria verità. Propria, appunto. Perché per Il Dogma la verità assoluta non esiste, è soggettiva… come la musica, del resto. Uno dei brani in arrivo parlerà proprio della velocità, di tutto quello che ci travolge senza chiedere permesso. «È una cascata», dice. Immagine perfetta: l’acqua che cade non si ferma a spiegarti perché.

E allora l’ultima domanda della conduttrice è anche la migliore. Se “Cane da tartufo” è la ricerca di ciò che sta oltre la superficie, cosa spera che le persone trovino dentro la sua musica?

Due parole.

Loro stessi.

E poi la chiusa, che vale l’intera intervista: come io troverò me, voi troverete voi.

Ecco. Io non so dirvi se questo ragazzo venderà dischi, riempirà palazzetti o finirà in classifica: non è il mio mestiere e non mi interessa nemmeno troppo. So dirvi un’altra cosa, però.

In un tempo che ci chiede di essere veloci, lui ha scelto di essere vero. In un tempo che ci chiede la vetrina, lui ha scelto la terra sotto le unghie.

La superficie luccica. Il tartufo sta sotto.

Il Dogma è su Instagram, Spotify, TikTok e YouTube. Cercatelo con quel nome, non serve altro: qualcosa esce.
(Il Dogma su Spotify)

L’intervista integrale è nella rubrica StoryTime di Radio Canale Italia, condotta da Marzia dalla sede di Milano.